Maurizio Pistocchi a CiP: “Jorginho da Pallone d’Oro. Il giornalismo oggi…”

Maurizio Pistocchi ha rilasciato una lunga intervista per la nostra redazione. Dal recente successo a Euro 2020 della Nazionale di Mancini all'organizzazione stessa dell'evento. Dall'evoluzione della cronaca televisiva ai nuovi tempi dell'informazione scanditi dal mondo social.

15/07/2021

07:30

• Tempo di lettura: 15 minuti

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Dal profilo ufficiale Twitter di Maurizio Pistocchi.

40 anni nel mondo del pallone. Testimone di varie epoche calcistiche susseguitisi tra loro, nonché narratore delle stesse. Allievo e collega delle più illustri firme del giornalismo italiano, nonché delle più celebri voci della narrativa sportiva in radio e in televisione. Si parla di Maurizio Pistocchi, ex giornalista Mediaset dal 1986 al 2021. Protagonista di trasmissioni impresse negli spettatori come L’Appello del Martedì, Guida al Campionato e Pressing.

Opinionista e ‘uomo di calcio’, Maurizio Pistocchi ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni della nostra redazione di Calcio in Pillole. Svariati argomenti e temi interessanti. Dal recente successo a Euro 2020 della Nazionale di Mancini all’organizzazione stessa dell’evento. Dall’evoluzione della cronaca televisiva ai nuovi tempi dell’informazione scanditi dal mondo social, passando per situazioni societarie e previsioni in vista della prossima stagione. Di seguito l’intervista completa.

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Non si può che iniziare dal grande successo dell’Italia agli Europei. Si aspettava una squadra così forte e organizzata da Mancini?

 Mi aspettavo una buona Italia, sicuramente non mi aspettavo un’Italia vincente. Prima degli Europei noi eravamo settimi nel Ranking FIFA. Avevamo davanti Belgio, Inghilterra, Francia. Tutte nazionali che teoricamente ci erano superiori, così come la Spagna. Siam partiti subito forte; devo dire che Mancini è stato davvero bravo e coraggioso perché ha portato delle idee nuove e un atteggiamento nuovo. Abbiamo fatto calcio ‘all’italiana’ ma molto più evoluto. Non siamo stati solo dietro, abbiamo mantenuto il possesso palla per molte partite e abbiamo cercato di essere sempre padroni del gioco.

Non ci siamo riusciti solo contro la Spagna che ci ha dominato dal punto di vista tecnico. Ripeto: non mi aspettavo un’Italia vincente ma sicuramente competitiva. Abbiamo fatto qualche partita meno brillante, penso per esempio anche al match contro l’Austria. Contro l’Inghilterra, nel primo tempo, abbiamo fatto qualche errore di troppo poi, nella seconda frazione e nei supplementari, la squadra ha giocato davvero bene meritando di vincere. Questo è un successo targato Mancini. A lui vanno i meriti maggiori per questo successo. Ha preso una squadra distrutta nel morale e dal punto di vista tecnico e gli ha ridato un’identità. Un grandissimo risultato”.


È stato un successo di gruppo, caratterizzato da una grande coesione del collettivo ma quale o quali giocatori dell’Italia ti sono piaciuti di più in questo Europeo?

 “Credo che si siano stati soprattutto tre giocatori ad essere davvero protagonisti: Donnarumma, Jorginho e Chiesa.

Donnarumma si è rivelato un portiere di statura mondiale; negli ultimi due anni l’ho sempre indicato come il miglior portiere della Serie A. Sinceramente sono rimasto un po’ stupito che il Milan l’abbia perso a zero, probabilmente i ragionamenti che hanno fatto sono stati legati strettamente alla parte economica. Tuttavia, penso che già l’anno scorso valesse la pena rinnovargli il contratto e poi, eventualmente, venderlo. Oggi quanto vale Donnarumma specialmente dopo questo Europeo? Secondo me anche più di 100 milioni quindi, a mio modo di vedere, la dirigenza del Milan non è stata impeccabile nel gestirlo.

Per quanto riguarda Jorginho credo sia un giocatore davvero sottovalutato, anche da gran parte della stampa italiana. È un giocatore straordinario che ha tenuto insieme il centrocampo. Il collante ideale tra difesa e attacco, un giocatore sempre continuo che non ha mai sbagliato una partita. Un centrocampista davvero eccellente. Se pensiamo che ha vinto anche la Champions League, probabilmente, merita il Pallone D’Oro.

Chiesa è stato quel giocatore imprevedibile che ha risolto molte situazioni complicate. Senza i gol di Chiesa, probabilmente, non saremmo arrivati dove siamo arrivati.

Donnarumma, Jorginho e Chiesa sono stati i vertici di un gruppo che, nel gruppo stesso, ha trovato la forza di essere vincente. Mancini, Vialli, Oriali, De Rossi, così come tutto lo staff, sono stati bravissimi a gestire questi ragazzi, facendo sì che componessero un gruppo omogeneo che lottasse sempre in un’unica direzione. Un successo di squadra, non di individualità”.


Qual è stato il momento migliore di questa squadra al di là della vittoria finale? Quel momento che ricorderai e che rimarrà impresso di questo Europeo?

 “Devo dire che, fin dalle prime tre partite del girone, l’Italia ha giocato molto bene. Probabilmente è stata la partita con il Belgio quella del ‘cambio di passo’. Il Belgio era primo nel Ranking ed era tra i grandi favoriti alla vittoria, pur non avendo una storia all’altezza dell’Italia. La vittoria contro il Belgio, a mio modo di vedere, è stata quella che ha dato la convinzione alla squadra di poter vincere l’Europeo.


L’ha convinta la gestione della Uefa di questo Europeo? Dalla scelta in primis di un torneo itinerante che, seppur fatta prima della pandemia, ha creato squilibri come riconosciuto dallo stesso presidente Ceferin, fino ai problemi organizzativi con i tifosi visti in occasione della finale di Wembley e non solo

 “L’iniziativa alla base era anche interessante perché portare una grande manifestazione in più paesi, sicuramente, aveva un plusvalore. Però, alla luce di quanto è successo, devo dire di essere maggiormente a favore di un’organizzazione tradizionale. Ritengo che le squadre abbiano bisogno di una stanzialità. Non a caso l’Italia ha sempre deciso di allenarsi a Coverciano dopo le partite.

Ha fatto scelte diverse rispetto ad altre nazionali che hanno optato per collocazioni itineranti. Quindi ribadisco di essere più dalla parte dell’organizzazione tradizionale come la conosciamo, sia per favorire le prestazioni delle squadre che per agevolare l’organizzazione dell’evento nel complesso”.


L’Europeo e il calcio in generale sono uno spunto per parlare di un tema particolare: la cronaca in tv relativa alle partite. Crede che il racconto televisivo sia andato un po’ troppo verso il ‘protagonismo’?

 “La televisione non può fare a meno della telecronaca, ma c’è modo e modo di raccontare il calcio. Ho avuto la fortuna di lavorare con alcuni dei più grandi telecronisti della storia dello sport italiano. Ho lavorato con Giuseppe Albertini, la voce del ‘Mundialito’ a Mediaset nel 1987, un grande professionista. Ho lavorato con Sandro Piccinini e Massimo Marianella. Due cronisti che contribuii a scegliere insieme al direttore dell’epoca Ettore Rognoni, l’uomo che ha fondato lo sport di Mediaset dandogli quella credibilità che, per anni, l’ha reso leader dal punto di vista televisivo in Italia. Ho lavorato con Rino Tommasi, a mio modo di vedere il principe dei telecronisti. Le sue telecronache di boxe e di tennis sono state di un livello talmente alto che gli hanno consentito di raggiungere, non solo la notorietà, ma anche la credibilità agli occhi di tutti gli appassionati.

Io credo che il racconto televisivo debba esserci, ma non sono assolutamente favorevole a chi fa in maniera smodata il tifoso in televisione. A me non piace. Sinceramente, io credo che chi è a casa sia il tifoso e chi è allo stadio con il microfono sia il professionista. Le due cose non possono essere mischiate. Va bene il sentimento di partecipazione caloroso nei confronti del paese che si rappresenta, ma diventare un ultrà in tv a mio modo di vedere non va bene. Lo fanno alla radio, così come in tv. Io credo che il migliore sia Sandro Piccinini, perché sa unire la capacità di dare ritmo ed emozione, a quella di mantenere un equilibrio. Per me queste devono essere le doti fondamentali di un bravo telecronista.

Trovo anche che vi siano molte ‘seconde voci’ inutili. O si esprimono in un linguaggio eccessivamente tecnico che il pubblico non capisce, oppure ripetono sostanzialmente quello che dice il telecronista. Io da una seconda voce voglio un arricchimento culturale, voglio una lettura della partita. Faccio un esempio: nell’occasione del gol subito da Morata contro la Spagna, Chiellini commette un grave errore. Rimane fermo, può scappare all’indietro inseguendo Morata oppure fare fallo invece non fa nulla. Nessuno l’ha fatto notare. Io voglio che il telecronista abbia un occhio di riguardo per la Nazionale, ma che contemporaneamente mi dia delle informazioni utili a comprendere meglio la partita”.


Confronto ‘diretto’ tra telecronisti: Alberto Rimedio o Fabio Caressa?

 “Fabio Caressa è un grandissimo telecronista. Ha sposato una linea, che è quella che lo ha reso protagonista nel Mondiale del 2006. Io credo che lui non ne abbia bisogno, proprio perché è un bravo telecronista e ha un’ottima spalla tecnica. Probabilmente adotta questa linea perché, non sbagliando totalmente, si mette nei panni dello spettatore che, ovviamente, è prima di tutto un tifoso. Come detto: non è il mio ideale ma è una linea che rispetto. Alberto Rimedio è bravo ma è un po’ troppo ‘istituzionale’. Sicuramente è un telecronista preparato, ma trovo il suo stile eccessivamente convenzionale. Tra i due preferisco Caressa”.


Quali altri telecronisti le piacciono particolarmente?

“Come ho già detto ritengo Piccinini il migliore. È molto bravo anche Marianella, a volte eccede nella verbosità ma è molto preparato. Ritengo molto bravo anche Zancan di Sky. Così come penso sia molto capace Massimo Callegari; non voglio dire di averlo scoperto io ma quasi. L’allora direttore di ‘Sportitalia’ Bruno Bogarelli era molto preoccupato perché il suo telecronista principale aveva cambiato editore.

Gli dissi di promuovere Callegari, perché ne vedevo le qualità ed ero sicuro che non l’avrebbe deluso. Anni dopo, con Bogarelli, feci lo stesso discorso parlando di Stefano Borghi ed è diventato un telecronista importante. Sono contento di aver contribuito a lanciare Piccinini e Marianella verso la fine degli anni ’80 e, successivamente, Callegari e Borghi. Sono secondo me i quattro più bravi, aggiungendo Zancan“.


Estendendo la visione al giornalismo a 360 gradi, non solo la telecronaca. Com’è cambiato specialmente con l’avvento dei social? In particolare, come i social hanno scandito nuovi tempi della notizia, come precedentemente fece la tv tra gli anni ’80 e ’90? Quali miglioramenti ed eventuali peggioramenti?

 “Innanzitutto credo che, oggi, ci sia una classe di giornalisti molto più preparati rispetto a quelli di una volta. Ne seguo molti come ad esempio i giornalisti di ‘Ultimo Uomo’, Michele Tossani, Fabrizio Ferrari di ‘allenatore.net’. Trovo tanti ragazzi molto preparati. A questi ragazzi, però, viene dato poco spazio dai media principali dove troviamo ancora, come li chiamo io, dei ‘minestrari’. Ovvero giornalisti che dicono una cosa, poi il giorno dopo ne dicono un’alta. Realtà senza una vera linea editoriale ma soprattuto cognitiva. Scrivono tutto ed il contrario di tutto, questo è il vero problema dell’informazione.

I giornali non vendono più perché non hanno ancora capito che, oggi, la notizia è sul device ed è in diretta. Il lettore medio vorrebbe avere l’analisi della notizia ma per farlo bene ci vuole competenza e, soprattutto, coraggio. Certe volte ci sono cose che non si può non dire, ma che spesso nessuno dice. Quindi accade che molto giornalisti competenti rimangono relegati allo spazio social. Da un certo punto di vista i social sono molto importanti perché mettono in discussione le idee che uno ha. A me capita di ricevere input dai social che mi portano a riflessioni su certi argomenti. Da un altro lato però, lo spazio social viene considerato ancora uno spazio poco autorevole.

Te ne rendi conto guardando certe trasmissioni in tv, quando vedi gente che ti fa pensare: ‘ma siamo tornati indietro a questi teatrini imbarazzanti?’. E finisci per guardare professionisti che non sono poi così autorevoli come dovrebbero. I social hanno portato dei vantaggi ma la verità è che, sui media tradizionali, si cerca di fare un tipo di giornalismo poco convincente. Io non credo che gli editori abbiano capito quali siano i problemi, così come non credo che siano soddisfatti dell’immagine che i loro media danno ai loro spettatori ed ascoltatori”.


Tornando al calcio, nello specifico il calciomercato, secondo lei chi si sta muovendo meglio in Italia? Seppur considerando che non siamo ancora nelle fasi clou

 “Io credo che in Italia ci sarà un mercato molto complesso. Le società hanno mancanza di liquidità, non hanno avuto incassi e sarà dura fare mercato. L’Inter ha vinto il campionato, ma ha dovuto subito vendere uno di giocatori più importanti, anche se credo sempre che il giocatore difficile da sostituire è quello che fa i gol, differentemente da un esterno o un terzino. Detto questo, sono convinto che il prossimo campionato lo vincerà di nuovo la Juventus per una serie di motivi.

Innanzitutto è tornato Allegri; la dirigenza della Juve non può dimostrare di aver sbagliato per tre volte in tre anni. Non so se riusciranno a chiudere alcune operazioni ma, comunque, hanno dei giocatori di valore e lo abbiamo visto tra Copa America ed Europeo. Penso a Danilo e Chiesa. Locatelli è un obiettivo ma se, come dicono in Spagna, Pjanic si libererà a zero dal Barcellona penso che tornerà alla Juve dal suo mentore Allegri.

Parlando delle altre vedo bene il Napoli e la Lazio. Al Napoli è arrivato Spalletti, uno che ha sempre ottenuto risultati. Ha vinto in Russia, allo Zenit, dove ad esempio non è riuscito a vincere uno come Mancini. Per ciò che concerne la Lazio, è approdato un grande allenatore come Maurizio Sarri. Se la proprietà gli darà dei giocatori che gli consentano di cambiare l’assetto tattico della Lazio, potrà fare davvero un grande campionato.


Prima si è parlato di Jorginho, ma qualcuno pensa anche a Messi come Pallone d’Oro dopo aver ottenuto il suo primo grande successo con l’Argentina. A chi lo darebbe? A chi lo avrebbe dato l’anno scorso?

 Parto dalla fine dicendo che l’avrei dato a Lewandowski l’anno scorso, senza dubbio. Tra l’altro ho visto che era in vacanza a San Pantaleo per un compleanno e si è messo a giocare con dei bambini, facendo foto e firmando autografi. È una bellissima persona. Solitamente i calciatori sono molto un po’ scocciati quando vengono approcciati nel loro tempo libero. È stata una bellissima immagine.

Riguardo a quest’anno, come già detto, lo darei a Jorginho. Ci può stare la candidatura di Messi anche perché, come suo solito, ha fatto una stagione straordinaria dal punto di vista dei numeri anche al Barcellona, non solo con l’Argentina. Tuttavia sono maggiormente orientato verso un giocatore dell’Italia. Jorginho ha vinto Champions League ed Europeo da protagonista, che altro doveva vincere? Se fossi un giurato lo darei senz’altro a Jorginho”.


Altro protagonista dell’Europeo è stato Donnarumma. Il Milan ha perso lui e Calhanoglu a parametro zero. Lo vede come un fallimento dirigenziale o un atto giusto?

 “Premetto: la situazione legata alle pretese dei giocatori e dei procuratori è ormai incontrollata e incontrollabile. Dovrebbe essere oggetto di una profonda riflessione da parte degli addetti ai lavori, nonché di un gentleman agreement tra i presidenti europei perché si limitino questi atteggiamenti. Al tempo stesso ritengo che il Milan non avrebbe dovuto in alcun modo perdere un giocatore come Donanrumma a parametro zero. Come detto prima, se fossi stato Maldini gli avrei rinnovato il contratto e poi lo avrei venduto quest’anno.

Certo che non è semplice trovare un acquirente con il valore che ha Donnarumma, ma i club con liquidità per spendere ci sono. Dallo stesso Psg al Manchester City ecc. Su Calhanoglu il Milan ha fatto una scelta e non so con chi lo sostituiranno ma in quel ruolo bisogna spendere molto. Io, per esempio, punterei ad occhi chiusi su Damsgaard ma per meno di 40 milioni credo che Ferrero neanche ne parli.

Tra spendere una cifra elevata e rinnovare Calhanoglu, probabilmente avrei scelto la seconda però, oggettivamente, non è semplice giudicare le dinamiche societarie e gli input che ricevono dalle proprietà. Ora si stanno muovendo in modo tempestivo su Kessié per evitare il ripetersi di questi casi. In ogni caso, guardo dall’altra prospettiva dicendo che l’Inter ha fatto un buon affare a prelevare Calhanoglu a parametro zero. In quella posizione sostituisce Eriksen e al Milan ha saputo fare bene”.


Che idea si è fatto della multiproprietà di Claudio Lotito tra Lazio e Salernitana e di come sta evolvendo la situazione con il trust?

 Secondo me è un errore tecnico. Se esiste una normativa che stabilisce che un proprietario non possa avere più club nella stessa divisione, questo diventa un ostacolo per la Salernitana che, dal suo canto, vuole giustamente partecipare alla Serie A avendo conquistato la categoria sul campo. Il trust, così identificato, può funzionare ma fino ad un certo punto perché non ci dà garanzie su eventuali intromissioni. Credo che Lotito avrebbe dovuto premunirsi e cercare anticipatamente una struttura in grado di acquisire il club.

Trovo giusto che gli abbiano concesso sei mesi. Il problema è che, per sei mesi, si vivrà in una situazione teoricamente irregolare vista la normativa vigente. Chiaramente bisogna venirsi incontro ma, da quest’esperienza, bisognerà cercare di evitare in partenza queste problematiche perché potrebbero ripresentarsi presto con il Bari”.


Per concludere: domanda un po’ più personale. Cosa si porta dietro dopo 35 anni di Mediaset, nel bene e nel male?

 “Sono arrivato a Mediaset nel settembre del 1986. Per 31 anni è stata un’esperienza irripetibile, professionalmente e umanamente. Ho conosciuto gente straordinaria, ho intervistato Maradona in esclusiva mondiale a Siviglia. Ho conosciuto Platini, i più grandi calciatori e allenatori. È stato un periodo meraviglioso della mia vita. Ho lavorato con i ‘big’ del giornalismo, penso a Vianello, Gerry Scotti, Mike Bongiorno, Fiorello.

Gli ultimi 4 anni sono stati un po’ più pesanti. Non sono stato capace di accettare un certo tipo di scelte che consideravo ingiuste. In ogni caso, le cose belle superano di gran lunga quelle brutte. Sono stati 35 anni splendidi. Sono figlio di un musicista e di una preside di scuola media. Non ho giornalisti in famiglia, non ho tessere di partito. Non sono stato raccomandato, tutto quello che ho ottenuto l’ho conquistato con il mio lavoro e le mie capacità, piccole o grandi che siano. Devo essere solo contento.

Ora si è chiusa una parentesi e vedremo cosa accadrà. Ho qualche proposta ma vedrò in futuro. Dopo 35 anni, mi godo la vacanza senza scadenze ed è un aspetto piacevole. Penso di aver qualcosa ancora da dare a questo mestiere. Sto lavorando ad alcune idee con un programma brillante e molto professionale ed oggettivo. Le idee le ho, vediamo cosa succede”.


Termina qui l’intervista di Maurizio Pistocchi.

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