Mihajlovic: “A Firenze i miei tifosi mi urlavano zingaro”

Mihajlovic si racconta al Festival dello Sport di Trento. Dalla Lazio come calciatore, alle esperienze da allenatore fino alla malattia.

08/10/2021

14:20

• Tempo di lettura: 5 minuti

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(Photo by Pier Marco Tacca/Getty Images)

Ospite al Festival dello Sport di Trento, Sinisa Mihajlovic ha parlato a tutto tondo della sua esperienza da calciatore prima, allenatore poi in Italia. Se si pensa al Sinisa calciatore, non si può non collegarlo alla Lazio. Di quegli anni ha raccontato alcuni aneddoti sul suo rapporto in campo con i suoi compagni di reparto, Stam e Couto:

Un difensore centrale che ha esperienza, carattere, che fa assist, gol, punizioni e mette paura agli avversari perché li minaccia, come me, oggi non c’è. Io e Couto, che coppia. Uno litigava e l’altro menava, oggi purtroppo non si può più fare, non c’è più gusto. Oggi avrei giocato meno della metà delle partite… Noi minacciavamo, per Stam bastava vederlo, anche se era un pezzo di pane. Lui aveva avuto uno screzio con Pippo Inzaghi, noi avevamo in squadra Simone. Che mi diceva che gli avrebbe fatto vedere qualcosa… Poi arriva Stam, si spoglia, è un armadio, pelato, con i muscoli, tutto tatuato. “Ora vai a dirgli due cose… Ma sei matto, guarda quanto è grosso quello”. In campo io e Couto andavamo a minacce, io litigavo e lui menava, oppure il contrario. Perché se litigavo e menavo, l’arbitro mi dava giallo. Ora ogni contatto è fallo, non c’è più gusto”.

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Poi si passa alle esperienze da allenatore, con Urbano Cairo sul palco che è stato il suo presidente per un anno e mezzo al Torino che interviene:

Io ho sempre stimato Sinisa, ci vedevamo davanti alla scuola per i figli. Mi piaceva come calciatore, allenatore e persona. Lo vedevo in quelle occasioni, c’era un bel feeling pur non averlo conosciuto benissimo. Dopo cinque anni di Ventura, che è andato ad allenare la Nazionale, è venuto in mente che potesse essere l’allenatore giusto, per il temperamento, per il suo gioco aggressivo. Ci siamo incontrati e visti, fatto tutto in grande velocità. La prima annata è stata molto bella, eccezionale, con vittorie con Roma e Fiorentina, con un gioco spumeggiante. Facevamo un gol in più degli altri, Belotti fece 26 gol, Iago Falque 12. Era un gioco tutto molto all’attacco. Poi c’è stato un momento: nel mercato invernale Mihajlovic voleva prendere un calciatore in particolare, ma costava molto e non era giovane. Su quella cosa lì c’è stato un attimo di frizione. Facemmo nono posto, era un buon risultato, anche se lui voleva l’Europa“.

Sinisa racconta dell’esperienza al Milan e del rapporto con Berlusconi:

Devo dire che per me è stato un onore essere l’allenatore del Milan e conoscere Berlusconi. Tra di noi non è andata troppo bene, forse anche per incompatibilità caratteriale, difficile che mi faccia mettere i piedi in testa. Lui vuole sempre, forse anche giustamente, quello che comanda. Il tempo passato con lui, nelle cene e i racconti, non potrò mai dimenticarlo. Quando lo vedo lo ringrazio, per me è sicuramente un periodo dal punto di vista personale ed emotivo è stato molto molto bello. Non finirò mai di ringraziarlo, sia lui che Galliani, perché mi ha permesso di essere l’allenatore del Milan anche se non era quello degli anni precedenti. Berlusconi stesso non era il presidente di una volta, ma sono stato bene e sono contento di essere stato là. Come dice Trapattoni: ci sono due gruppi di allenatori, quelli esonerati e quelli che saranno esonerati“.

Poi si passa ad un esperienza non felice per Mihajlovic, ovvero quella sulla panchina della Fiorentina:

Io mi sono divertito a Firenze, perché per me era bello. La cosa più brutta è l’indifferenza. Se mi applaudono mi fa piacere, se mi fischiano non è che mi dispiace. Là mi fischiavano tutti, era bello proprio. Lì erano i tifosi miei a dirmi zingaro di merda. Per me era una soddisfazione. Là ero proprio odiato da tutti, adesso no. Ne ho picchiati due, uno in tribuna, l’altro in città. Quando sei dentro il campo e ti insultano, ok. Quando sei vicino non puoi fare finta di niente”.

Infine il racconto della malattia:

L’ho vissuta per come sono fatto io, non sono un eroe. C’è gente che si vergogna e si nasconde per la malattia e non è giusto. Io l’ho comunicato perché non c’è nulla di cui vergognarsi, ho pianto tante volte e ho scoperto che è giusto farlo. Quando mi presentai in panchina a Verona pesavo 15 chili meno di oggi, ero più vivo che morto, ma ci sono andato per far capire a tutti che combattevo e volevo vivere normalmente. Quando mi sono visto in tv non mi sono riconosciuto ma non era un’immagine di debolezza, bensì di forza. Ho detto alla malattia ‘ora facciamo a pugni e vediamo chi vince’. Se è successo a me che sono grande grosso e allenato, può succedere a tutti. E allora capisci quanto è importante controllarsi. Fate gli esami del sangue ogni sei mesi. Ci sono stati momenti in cui allenavo con 40 di febbre, avevo dolori e magari mi facevano un’iniezione di morfina prima di cominciare l’allenamento. Dopo oltre un mese chiuso in ospedale volevo tornare in campo, ma i globuli bianchi non lo consentivano. Il dottore ha capito e mi ha lasciato lo stesso: se fossi rimasto in ospedale sarei morto

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