Thuram: “Giocatori e allenatori non devono stare zitti sul razzismo”

Dopo gli ultimi casi di razzismo parla Lilian Thuram, da sempre molto attivo sul tema, presentando il suo libro "Pensiero bianco".

07/10/2021

12:20

• Tempo di lettura: 4 minuti

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(Photo by Aurelien Meunier/Getty Images)

Sul problema razzismo è intervenuto il campione del mondo ex Parma, Juventus e Barcellona, Lilian Thuram. Primo ospite del Festival dello Sport di Trento, presentando il suo nuovo libro “Pensiero bianco“. In esso il francese parla della sua esperienza con il razzismo e di come trovare una soluzione:

Sono diventato nero a 9 anni, sembra strano. In Guadalupa ero Lilian, quando sono arrivato a scuola a Parigi alcuni bambini mi hanno insultato: “sporco nero”. Sono tornato a casa, ho chiesto a mia mamma che mi ha detto: c’è il razzismo, c’è gente così, le cose non si possono cambiare. Per fortuna aveva torto. Spesso il razzismo, l’omofobia è dovuto alle abitudini. A nove anni mi hanno messo la maschera di un nero, a mio figlio quando ho chiesto se era l’unico nero della sua classe, mi ha risposto: io non sono nero, sono marrone. E gli altri tuoi compagni? Sono rosa. Per capire il razzismo, bisogna capire che è una trappola, hanno creato l’idea che ci sono delle razze e che la razza superiore era quella bianca e quella inferiore quella nera. Quando ero in Italia e c’erano i tifosi che facevano il verso della scimmia, perché dicevano che l’uomo nero era l’anello mancante tra la scimmia e l’uomo. Pensate al sessismo: per secoli si è detto che gli uomini sono superiori alle donne, per cambiarlo non bisogna lavorare sulle donne, ma sugli uomini. La stessa cosa quando si parla del razzismo legato al colore della pelle. Dentro questo libro voglio far capire da dove vengono queste cose, per uscire dalla trappola”.

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L’ex difensore poi ha naturalmente commentato la situazione in Italia dopo gli ultimi casi di razzismo negli stadi:

Ho detto che mio figlio avrebbe avuto più problemi in Italia, rispetto in Germania. Credo che i giocatori bianchi, quando accadono episodi razzisti, devono riconoscere che c’è un problema, non che è colpa di qualche supporter isolato. Dobbiamo diventare più intelligenti, i giocatori devono dire: sì c’è razzismo in Italia, c’è sessismo, c’è omofobia. E lo dici perché ami l’Italia e vuoi cambiare le cose. Non è soltanto una problematica italiana, storicamente la grande maggioranza delle persona non fa niente, perché non è coinvolta. Bisogna essere coraggiosi per dire: guarda, io voglio partecipare al cambio di società. E questo si fa sempre con la minoranza, però bisogna educare la gente. C’è gente che non si inginocchia, perché storicamente difendere i neri non è importante, perché alla fine è un’abitudine, si accetta, si dice: che cosa possiamo fare. Nel ‘96 già c’erano problemi con gli insulti razzisti, dopo 25 anni siamo ancora qui. Non sono le vittime che possono trovare una soluzione, nel mondo del calcio sono i giocatori bianchi, gli allenatori bianchi che possono dare la risposta giusta. Ma loro spesso stanno zitti, e se non dici nulla significa che le cose possono continuare”.

Infine un excursus di Thuram sul suo passato, dal Parma alla Juventus (con sempre i suoi grandi amici Buffon e Cannavaro) fino ai Mondiali:

Quando sono arrivato a Parma ho preso una bici, sono arrivato in piazza: non c’era nessuno, sembrava di essere tornato indietro nel tempo, di secoli. Come a Parma, alla Juve ho avuto la fortuna di aver giocato con compagni importanti: Cannavaro e Buffon, poi con me alla Juve. Per me sono fratelli. Se sono diventato il giocatore che sono stato, è per loro. A Parma qualche volta se perdevi non era molto grave, alla Juve devi solo vincere, quando pareggi è una tragedia. Così cresci. Dopo la vittoria del ’98 è uscita la tematiche che eravamo una squadra bianca, blu e nera: per dire che eravamo di tutti i colori. Mi sono sempre chiesto perché si è dovuto aspettare il Mondiale per riconoscerlo. Mi ha dato un po’ fastidio, ma il mio Paese ha dovuto riflettere sul razzismo: perché nella nazionale di calcio si può e nel resto della società, sul posto di lavoro, no. Questo mi è piaciuto molto perché ha permesso al mio Paese di crescere. Dopo la finale persa con l’Italia ero arrabbiato e deluso. Poi venne da me Camoranesi e mi disse: Tu hai già vinto, non sei felice per me, Gigi (Buffon) e Fabio (Cannavaro)? Non siamo amici? Mi ha fatto vedere la cosa in un altro modo”.

 

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