Verona, Simeone: “Non ho ancora raggiunto il mio apice”

Le parole dell'attaccante dell'Hellas Verona Giovanni Simeone rilasciate alle colonne di Sportweek.

24/12/2021

19:30

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(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

L’attaccante dell’Hellas Verona, Giovanni Simeone ha rilasciato un’intervista sulle pagine di SportWeek. L’argentino ha parlato della sua prima parte di stagione con il club scaligero, ponendo un focus sulla sua preparazione e lo status raggiunto in carriera. Simeone ha toccato quota 12 reti in Serie A nel solo girone d’andata, a meno due dal suo massimo ottenuto con la maglia della Fiorentina tre stagioni fa.

Qui a Verona sono felice e non ho ancora raggiunto il mio apice. In campo cerco di dare tutto e in questo modo mi identifico con quella che è la filosofia della società. Al momento non ho bisogno di pensare ad altro, ma il mio sogno è quello, un domani, di giocare la Champions League e il Mondiale“.

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Non manca qualche parola di apprezzamento rivolta al tecnico dell’Hellas Verona, Igor Tudor, artefice della creazione di un grande gruppo.

Il mister non ci chiede di segnare tanti goal, ma di lasciare tutto quel che abbiamo sul campo. Tudor è bravo perché ha sempre la parola giusta nel momento opportuno. Ti convince al massimo sui tuoi mezzi:  un esempio pratico risale alla rete contro la Juventus, provata in allenamento poche ore prima, è anche merito suo“.

L’intervista trascende poi leggermente il lato Verona e viaggia perlopiù verso l’atleta Simeone. L’attaccante parla della sua preparazione, dentro e fuori il terreno di gioco.

A Genova avevo iniziato con un corso di meditazione, da quest’anno ci dedico maggiore tempo e attenzione. Mi aiuta a trovare la concentrazione e un certo equilibrio. Mi preparo attentamente su ogni avversario, studio le marcature e il modo di pungere le difese. Faccio un po’ l’allenatore di me stesso“.

Non poteva mancare un riferimento al padre Diego, ma la risposta di Simeone lascia poco spazio all’immaginazione.

Il soprannome Cholito all’inizio non lo apprezzavo e lo percepivo solamente come segno di rispetto verso quel che ha fatto mio padre. Ma oggi lo associo maggiormente alle mie prestazioni e alla mia identità. Sono diventato Giovanni, non più il figlio di Diego“.

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