Esclusiva CIP – Il CS Lebowski: “Rivoluzioniamo la Coppa Italia”

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Il tradizionale saluto della squadra sotto la curva a fine match

Dalle pagine di Calcio in Pillole, così come da quelle di ogni media che si occupa di pallone, negli ultimi mesi si è parlato di crisi economica dei club, di licenziamenti e ammortizzatori sociali attivati per i dipendenti delle società calcistiche. Allo stesso tempo, da inguaribili romantici, abbiamo osservato con attenzione storie come quelle del Marine FC, squadra che milita nell’ottava serie inglese che ha affrontato i giganti del Tottenham in FA Cup.

In questo contesto si inserisce la proposta, tanto rivoluzionaria quanto pragmatica e ben strutturata, avanzata da una piccola realtà di provincia: il Centro Storico Lebowski. Il Lebowski è una squadra che milita nel campionato di Promozione con base a Tavernuzze, frazione del comune di Impruneta, in provincia di Firenze.

La proposta proveniente dal Lebowski è quella di rivoluzionare il format della Coppa Italia per permettere alle piccole realtà di provincia di sognare di giocare contro i grandi club e per dare un sostegno concreto al calcio di base. Questo è uno stralcio della proposta avanzata dalla società fiorentina attraverso i propri social: “Quando pensiamo a “come rilanciare il calcio”, a come “mettere al centro la passione”, un’idea del genere già potrebbe essere un buon punto di partenza. Certo, i contesti sono diversi, le cose non si possono copiare alla lettera. Ma pensiamo che diminuire la distanza tra le serie maggiori e i loro grandi campioni e le serie dilettantistiche, che sono l’ossatura del sistema, potrebbe essere una delle strade da percorrere, mentre in realtà sembra succedere l’opposto, con i grandi club che si allontanano sempre più e ipotizzano addirittura di giocare solo tra di loro in superleghe internazionali. Mentre il calcio di base, specie dopo la crisi pandemica, agonizza. E badate che non si parla solo di poesia e romanticismo, ma anche di sostenibilità economica, di soldi, e di meccanismi solidali che potrebbero essere molto utili“.

Per approfondire il discorso, abbiamo chiesto al Centro Storico Lebowski di illustrarci la loro posizione e la loro proposta. Prima di fare ciò, però, è giusto dare un po’ di contesto, e partire dalla storia di questa squadra:
Nasciamo nel 2004 come gruppo ultras (i Drugati, poi diventati Ultimi Rimasti) di una squadra di Terza Categoria già esistente chiamata AC Lebowski. La squadra più scarsa dell’intera provincia di Firenze in quanto a punti e media gol presi, con dei colori sociali diciamo particolari e questo nome evocativo. Un nucleo di adolescenti si innamorerà di questa grottesca creatura e per anni ne seguirà le gesta sui peggiori campi dell’area fiorentina. Poi nel 2010 la decisione di rifondare su nuove basi il club, che diventa davvero “la squadra degli ultras” con l’avvio dell’autogestione e dell’azionariato popolare: il nome cambia in Centro Storico Lebowski, restano ovviamente i colori grigioneri e lo stemma del Drugo. Negli anni il progetto, pur mantenendo lo spirito punk delle origini, diventa anche serio e cresce con regolarità: i soci aumentano, i risultati sportivi arrivano con tre promozioni sul campo, viene fondata la scuola calcio che è il nostro orgoglio, fino alla trasformazione del club in cooperativa sportiva avvenuto due anni fa. Oggi abbiamo la prima squadra maschile in Promozione, quella femminile in Eccellenza, gli Juniores provinciali, il Calcio a 5 in serie C2, le squadre amatoriali maschile e femminile e la scuola calcio“.
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Azione di scuola calcio
Cosa vuol dire Calcio Popolare, cos’ha di diverso rispetto a quello “mainstream” e su quali valori si fonda?
In verità, nel nostro percorso non abbiamo mai utilizzato molto il concetto di “calcio popolare” nello spiegare quello che facevamo; ad esempio, nei primi anni della nostra storia eravamo semplicemente la tifoseria di una “normale” squadra di Terza Categoria, e quindi parlavamo prevalentemente di “calcio minore” come una sorta di oasi dove poter fare il tifo liberamente, al contrario che nei grandi stadi di A. Negli stessi anni si sviluppavano però altri progetti che, come poi avremmo fatto anche noi dal 2010, assumevano direttamente la gestione societaria sulle spalle della collettività dei soci e dei tifosi, e hanno utilizzato molto questa definizione. Quello che si intende oggi come “calcio popolare” è sostanzialmente questo: le società sportive che si basano sulla proprietà collettiva e l’azionariato popolare. Si può parlare ormai di una sorta di vero e proprio movimento, anche se non formalizzato, di cui fanno parte decine di realtà, molto diffuso anche in altri paesi europei. Oltre alla forma organizzativa, c’è chiaramente anche una base di valori e pensieri che queste realtà hanno in comune: innanzitutto l’opposizione alle leggi del business che regolano ogni aspetto dello sport e della vita, a cui contrapporre una visione aperta, solidale e centrata sulle esigenze della comunità di riferimento. Una sorta di riappropriazione dal basso della passione sportiva e delle relazioni umane che essa porta con sé, che le dinamiche del “calcio moderno” stanno sacrificando decisamente troppo. Tra i valori fondativi di molte di queste realtà ci sono anche l’antirazzismo, l’antisessismo e l’antifascismo, anche se ogni realtà declina a modo suo la maggiore o minor esibizione pubblica di questi sentimenti. Su questi terreni ad esempio noi preferiamo agire piuttosto che predicare“.
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Coreografia per i 15 anni del gruppo ultras
Avete punti di riferimento all’estero? Vi sentite un po’ il St. Pauli italiano?

Visto che avete tirato fuori il St. Pauli, un particolare divertente: in realtà siamo gemellati ormai da oltre 10 anni con i Coloniacs, uno dei gruppi della curva dell’1.FC Köln, un rapporto di vera fratellanza… e si dà il caso che tra loro e il St. Pauli non scorra esattamente buon sangue! Ma a parte questi casi della vita, certamente ci sono molte similitudini che si possono ritrovare, abbiamo anche conosciuto negli anni dei soci del St. Pauli che si sono interessati al nostro progetto. Il calcio tedesco oltretutto si basa tutto quanto su modelli “misti” in cui il protagonismo delle associazioni di tifosi è molto maggiore che in Italia, a livello proprio di gestione del club. Senza considerare che si tratta comunque di un club di Serie B, che quindi affronta questioni e problemi piuttosto diversi da quelli che per il momento dobbiamo affrontare noi, e dovrà senz’altro fare maggiori compromessi con il “calcio moderno”. Però sì, diciamo che in termini di legame con il territorio di appartenenza, e anche come immaginario di ribellione allo status quo, siamo decisamente affini. A livello sportivo e di gestione del club forse ci avviciniamo però più al modello inglese dello United of Manchester (magari, verrebbe da dire!)“.

Rivoluzione Coppa Italia: su quale modello? Quali sono le motivazioni?

Le motivazioni per volere una riforma radicale della Coppa Italia sono sotto gli occhi di tutti: è una competizione attualmente inguardabile, blindata a favore degli 8 maggiori club e priva di ogni attrattiva, tanto che negli ultimi anni sembravano le prove generali del Covid, da quanto erano vuoti gli stadi. Oltre a ciò, in questa fase di gravissima crisi economica che durerà anni, urgono misure per evitare che centinaia di società dilettantistiche falliscano, con un danno sociale sui territori spaventoso. Le misure sarebbero ovviamente tante e di vario tipo, in questi mesi ne riparleremo. Ma una cosa potrebbe essere rinnovare la Coppa nazionale per favorire un rilancio della passione provinciale. Il modello che abbiamo proposto è stato in alcuni casi definito “provocazione”, ma in realtà è fattibilissimo: le “big” entrano ai trentaduesimi di finale, al turno precedente le squadre di B, a quello prima ancora quelle di C. Le società dilettantistiche giocano ben 4 turni preliminari, che vuol dire 6 turni in totale per arrivare alle “big”. Quindi la selezione è comunque enorme, il trofeo andrebbe comunque a una delle squadre più blasonate, ma ci sarebbe un bel rimescolamento nel tabellone che andrebbe a favorire le squadre dalla C in giù, che possono sperare nella partita che ti fa fare un jackpot sia di emozioni che di incassi. E in realtà, già a partire dai turni preliminari pensiamo che i campi di provincia si riempirebbero, anche solo per la remota possibilità di poter fare l’impresa. Insomma, una rimessa in moto, una scossa elettrica per tutto il calcio di provincia italiano. Il lato provocatorio è stato da parte nostra nel “decidere” che il sorteggio ci avrebbe messo di fronte all’Inter: ci serviva uscire in modo “forte”, e sta funzionando bene: la proposta è stata rilanciata anche da testate importanti come il Corriere dello Sport e altre, ha circolato moltissimo sui social sia su pagine calcistiche che relative al mondo ultras, molti addetti ai lavori si sono più che incuriositi. E poi abbiamo avuto l’onore di veder intervenire nei commenti il mitologico social media manager del Pordenone Calcio, che proprio contro l’Inter era salito alla ribalta! La nostra intenzione era contribuire in modo forte al dibattito pubblico su come rilanciare il calcio, e ci stiamo riuscendo“.

Come funziona il mantenimento economico della società e cos’è l’azionariato popolare?

Per sostenere una prima squadra in Promozione e le attività di tutte le nostre squadre servono davvero tanti soldi. L’azionariato popolare è allo stesso tempo il concetto più semplice del mondo, ma è anche difficilissimo da fare: in teoria basta mettere i soldi nel progetto, ognuno secondo le sue possibilità. Nel nostro caso, per diventare soci è sufficiente comprare un’azione della cooperativa al costo di 25 euro. Poi di anno in anno lanciamo delle campagne per rendere più sostanziosa la raccolta di fondi: ad esempio quest’anno abbiamo puntato in alto con la campagna 800×100 (con il video promozionale che ha visto la partecipazione di Federico Buffa!), che chiedeva ai circa 800 soci (ormai diventati 900) di mettere 100 euro a testa, in modo da raggiungere la totale indipendenza economica, che vuol dire non aver bisogno di sponsor, finanziatori, indebitamenti eccetera. Pensiamo che un club che ha qualche migliaio di soci che contribuiscono in modo continuo possa tranquillamente fare il calcio professionistico. Anche perché non ci si limita certo al puro e semplice azionariato, al “mettere i soldi”: durante gli anni in cui non incombono pandemie e calamità mettiamo in piedi sagre, concerti, cene, iniziative di ogni tipo, produzione e vendita di merchandising, che oltre a garantire una socialità grande e soddisfacente intorno al progetto sportivo, permettono anche di arrotondare – e di molto – i bilanci economici. Insomma, noi pensiamo che l’azionariato popolare sia davvero un modello vincente, ma richiede degli sforzi non indifferenti da parte delle persone: rimboccarsi le maniche, offrire la propria militanza, le proprie competenze, il proprio sudore e anche una piccola parte dei propri soldi. Ma la soddisfazione finale è enorme, non c’è nulla da fare. La domenica vai a vedere “la tua squadra di calcio”, nel vero senso della parola“.

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La sagra del fritto di mare, uno dei principali eventi di autofinanziamento