ESCLUSIVA CIP – La nuova avventura di Marco Zambelli: dalla Serie A al C.S.I.

Smettere di giocare a calcio dopo aver dato l'addio è solo un luogo comune banale. Ce lo racconta in una lunga intervista Marco Zambelli, che dopo il ritiro continua a divertirsi nei campetti della provincia di Brescia.

29/12/2021

19:00

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(Photo by Dino Panato/Getty Images)

Ogni volta che un giocatore si ritira dal calcio, nella nostra mente si raffigura la triste scena di costui che, rientrando la sera nella sua bella casa, sfila dal borsone le scarpette con cui ha appena giocato la sua ultima partita e le appende ad un chiodo posizionato al centro di una parete deserta. Nel suo futuro lo vediamo seduto dietro a qualche scrivania, o al massimo su qualche panchina a bordo campo; non si sa perché, ma ci convinciamo che nella sua vita non potrà più calciare un pallone con i piedi. No, fortunatamente non è così. Infatti, molti calciatori dopo il ritiro scelgono di continuare a giocare, alcuni addirittura divertendosi anche più di prima.

Francesco Totti ad esempio è solo il più celebre tra i tanti: l’ex capitano giallorosso, dopo l’addio alla Roma, ha continuato a correre e segnare nel campionato di calciotto del lunedì sera con la sua squadra, la Totti Sporting Club Ca8, dove lo hanno raggiunto Davide Moscardelli e Alessio Cerci. Senza andare troppo lontano con il tempo, solo un anno fa, l’ex Inter e Fiorentina Borja Valero ha deciso di calpestare i campi di promozione toscana, accettando la proposta del Centro Storico Lebowski.  E come loro anche Marco Zambelli, un bambino nato a Gavardo sulle colline del bresciano e diventato uomo proprio con la maglia delle rondinelle addosso e la fascia di capitano al braccio, è passato dai grandi stadi di Serie A ai campetti umili di calcio a 7 del C.S.I (Centro Sportivo Italiano). 

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299 presenze con il Brescia, poi Empoli, Foggia e Feralpi Salò, tra Serie A, B e Lega Pro. Nel mezzo anche qualche apparizione con le rappresentative giovanili della nazionale italiana. Ad ottobre 2020 annuncia il ritiro dal calcio. Marco Zambelli, che cosa fa adesso nella vita? 

“Ora sono un papà che ha molto tempo da dedicare alla sua famiglia. Mi sono laureato, ho fatto un master in Sport&Management a Parma. Adesso sono alla ricerca di un ruolo nel mondo del calcio, ma a livello dirigenziale: dopo aver fatto parte di un determinato contesto per tanti anni, ho voglia di dare il mio contributo per cercare di migliorarlo. Intanto do sostegno a mia moglie Clara Gorno, presidentessa del Brescia Calcio Femminile”.

Nel frattempo stai continuando a giocare a calcio, ma in un campionato come quello del CSI. Perché?

“Si è vero. La squadra dove gioco, la Muppet Fc, nasce dall’idea di affiliarsi alla realtà del Brescia Calcio Femminile, infatti abbiamo lo stesso stemma, ma di colore rosa. Tutti i membri della squadra hanno sposato questo progetto, tutti credono fermamente che ci siano pari opportunità per le donne e ci tengono a sensibilizzare le altre persone a credere nel calcio femminile. E’ un’avventura particolare, ma parecchio divertente. Si respirano sensazioni che non provavo da anni. Quando il calcio diventa un lavoro non è facile godersi ogni singolo momento. La realtà del CSI è importante, a prescindere dal seguito mediatico”.

Ricorda i suoi due esordi e i suoi primi gol? E le trasferte più difficili?

“Il debutto con i professionisti è stato nell’ottobre del 2003, avevo 18 anni. Era un Brescia Palermo 2-3 di Coppa Italia. L’esordio al CSI è stato contro il Treviso Bresciano, anche in quella occasione è arrivata una sconfitta in casa per 3-4. Per quanto riguarda i gol, il primo da professionista l’ho segnato in un Pisa-Brescia 0-3 del 2007. La prima rete con i Muppet, invece, è arrivata a seguito di una vittoria a “carta, sasso, forbici” contro il nostro centravanti. Solo così lui mi ha dato il permesso di tirare il calcio di rigore. Le trasferte più difficili sono state sicuramente a San Siro con Inter e Milan, e a Torino con la Juve. Mentre al CSI è stata sul campo del Pertica Bassa: i tifosi sugli spalti, tra schiamazzi e petardi, hanno creato un’atmosfera molto calda”.

Chi sono i compagni di squadra più forti con cui ha giocato, sia tra i professionisti che tra gli amatori?

“Nel Brescia, oltre a Baggio e Guardiola con cui ho condiviso lo spogliatoio nel loro ultimo anno, dico Possanzini, Caracciolo, Diamanti ed Eder. Se penso ad Empoli mi vengono in mente Zielinski, Paredes, Saponara e Maccarone. Nei Muppet ho solo un nome da fare: Claudio Massolini, in arte CM10 (ride,ndr)”.

C’è qualche suo ex compagno di squadra a cui consiglia di fare la sua stessa esperienza nel CSI?

“Questa è un’esperienza che se intrapresa con lo spirito giusto è divertente. Quindi la consiglio a tutti quelli che hanno voglia di calarsi in questa mentalità e a tutti quelli che non si aspettano di ricevere sempre il passaggio giusto dal compagno. L’importante è che dopo la partita si vada a mangiare una pizza e bere una birra”.

Ha dei suggerimenti da dare agli organizzatori del torneo CSI per migliorarlo?

“C’è chi se ne occupa da anni, perciò dare dei consigli non sarebbe corretto. Confrontandomi con dirigenti di altre società, però, è emerso che forse ci sarebbe da rivedere l’aspetto di alcune figure arbitrali. Troppo spesso ci sono direttori di gara che creano barriere dal punto di vista comunicativo. Inoltre, aggiungo che a volte agli spettatori sugli spalti andrebbe ricordato che stanno assistendo a partite di livello amatoriale. Il fatto che la categoria non sia di alto grado, non vuol dire che non bisogna mandare messaggi positivi dal campo. Il campionato del CSI è un bel fiore del nostro calcio e va tutelato”.

 

 

 

 

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