Razzismo negli stadi, la pazienza è finita anche in campo

Non ci dovrebbe essere più spazio per il razzismo. Ieri, oggi, domani e sempre contro tutte le forme di discriminazione.

11/10/2021

16:00

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(Photo by Lee Smith - Pool/Getty Images)

C’è stato un ennesimo caso di razzismo nel mondo del calcio italiano questo weekend. Non in un campo di Serie A o Serie B, ma comunque fortemente indicativo del caos che circonda questo problema. Siamo in provincia di Treviso per un match di prima categoria tra Cison di Valmarino e San Michele Salsa. A metà del primo tempo un tifoso dagli spalti ha iniziato ad insultare per il colore della pelle un calciatore della squadra ospite di origine africana: Ouseynou Deidhiou. La tensione in campo si è fatta tangibile, se già nei grandi impianti si sentono chiaramente, potete immaginare quanto possa esser frustrante e orribile sentire certe frasi in un piccolo stadio di provincia mezzo vuoto. Infatti, dopo poco il capitano del San Michele non si è trattenuto dinnanzi un simile gesto e all’ immobilismo generale. Il giocatore ha guardato il tifoso e gli ha detto ciò tutti dovrebbero dire dinanzi ad un simile caso: “Sei un ignorante”. Giusto così penserete. Invece no, l’arbitro non era dello stesso avviso. Il direttore di gara si è avvicinato al capitano e lo ha espulso. Il paradosso più totale. Il calciatore che si è ribellato allontanato dal campo, il tifoso razzista immacolato sugli spalti. Il dissenso e l’incredulità in campo a questo punto è diventata generale. Pochi attimi dopo la squadra ospite collettivamente ha deciso di uscire dal campo con il proprio capitano, ricevendo gli applausi dell’allenatore avversario e dalle dirigenze. Partita sospesa. Si attende la decisione del giudice sportivo nelle prossime ore.

Solo pochi giorni fa Lilian Thuram sul palco del Festival dello Sport aveva invocato una presa di posizione da parte dei calciatori e allenatori bianchi: “Non sono le vittime che possono trovare una soluzione, nel mondo del calcio sono i giocatori bianchi, gli allenatori bianchi che possono dare la risposta giusta. Ma loro spesso stanno zitti, e se non dici nulla significa che le cose possono continuare”. Il capitano del San Michele, Miki Sansoni, lo ha ascoltato e non è rimasto in silenzio. La risposta del calcio italiano, personificato da un arbitro che si è attenuto fin troppo al regolamento, è stata perentoria: “Devi stare zitto”. Ecco uno dei tanti problemi del calcio italiano con il razzismo. Per 30 anni si è deciso di sottostimare il problema, punendo delle volte un’intera tifoseria invece del comprendere come individuare il singolo, che nascosto nella massa si sente protetto. La lotta al razzismo in Italia è stata un fallimento, ed è il momento di dirlo chiaramente. I provvedimenti pensati e attuati in questi anni sono stati superficiali e nettamente inutili. Il problema nel mondo del calcio invece di diminuire è aumentato.

Però un ulteriore e probabilmente primo errore, è stato proprio limitare il problema al mondo dello sport. I tifosi sono prima di tutto cittadini italiani, non lo dimentichiamo. Dunque è un problema prettamente nazionale. Culturale insomma, che trova libero sfogo negli stadi poiché come dimostra questa storia il tifoso è intoccabile. Più personaggi, sportivi e non, hanno spesso detto che il problema non esiste. Gli stadi invece mostrano il contrario, mostrano la pancia di un paese che culturalmente vede il diverso come estraneo a sé e al proprio mondo. Il calcio e lo sport in generale possono esser il mezzo per cui comprendere al meglio la tematica e dove provare a porvi rimedio. Durante gli Europei, anche chi ha solo visto le partite della nostra Nazionale, potrà aver notato che siamo stati praticamente l’unica nazionale senza giocatori neri. (Un’ altra è l’Ungheria, che visti i comportamenti e le leggi varate negli ultimi mesi è il peggior Stato con cui possiamo confrontarci) Perché questo? La risposta è molto semplice e non proviene dal mondo dello sport, ma dalla nostra storia.

Sempre l’Europeo ha mostrato l’immobilità dello Stato italiano. Le grandi prestazioni della Nazionale hanno messo in ombra la polemica vergognosa sull’inginocchiamento pre partita. Le dichiarazioni di alcuni calciatori della Nazionale e dirigenti furono, in quella circostanza, al limite della farsa, testimoniando l’ignoranza diffusa sulla tematica. (Chiellini, ad esempio parlò di nazismo invece che di razzismo). Si è preferito non prendere una posizione, che significa in realtà prenderla eccome, ma sfuggendo dalle proprie responsabilità. Sulla protesta la confusione è tanta, basti vedere quanto accaduto prima di Juventus-Chelsea di Champions League. I giocatori bianconeri si sono inginocchiati, tra di loro tanti all’Europeo non lo fecero. Dagli spalti si è capito il motivo. Per i primi 15 secondi si sono sentiti solo fischi, che hanno fatto da antipasto agli insulti rivolti ai vari giocatori neri tra le fila dei Blues, in primis Lukaku. Fischi ed insulti che non provenivano solamente come spesso si vuole far credere dal tifo organizzato, ma da tutti i settori.

Il discorso dei tifosi, in primis cittadini italiani, vale anche per calciatori, allenatori e arbitri. Essi sono il riflesso della società. Ci sarà un motivo se la tanto chiacchierata interruzione della partita per insulti razzisti non c’è mai stata. Nessun calciatore, nessun arbitro bianco ha mai avuto quel coraggio. Che senso ha registrare uno spot contro il razzismo in cui si declamano due frasi scritte da altri e forse nemmeno comprese, se poi davanti all’ingiustizia si rimane impassibili? Accanto al tifoso del Franchi che insultava Koulibaly, o a fianco il tifoso di Torino che si è filmato mentre riempiva di epiteti razzisti Maignan, perché non c’è stato nessuno che abbia provato a fermarlo? Anche su questo si dovrebbe riflettere, sul perché ci sia così tanta gente ignava, il cui silenzio non fa altro che alimentare gli insulti. Le punizioni verso i due uomini sono state finalmente dure e decise. Si è stati capaci di individuare i responsabili, decidendo di estrometterli d’ora in poi dagli stadi, come succede da tempo in Inghilterra. Un inizio si, ma è tanto il lavoro da fare, che non deve però partire solo negli stadi.

Il rispetto e l’empatia verso il prossimo sono valori fondamentali di ogni società che vuol sopravvivere ed evolversi, opposti ad ogni tipo di discriminazione. Ma sono anche i valori fondanti dello sport. Dunque, per i razzisti nella società e nello sport non ci dovrà più essere spazio.

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