Serie A, come si cambia per non morire

La Serie A, in Assemblea, muove i primi passi nel dibattito sulla riforma del format: ma non sono i playoff la risposta giusta.

22/07/2021

08:11

• Tempo di lettura: 3 minuti

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Image/Via OneFootball

Assemblea silenziosa

Abituati come siamo a vedere i presidente dei club della Serie A accapigliarsi per qualsiasi cosa, il silenzio che ha accompagnato l’assemblea della Lega Serie A di ieri ha qualcosa di inquietante. Specie perché, seppur in maniera preliminare, il tema sul tavolo è di quelli importanti, per non dire fondamentali. Come cambiare per non morire. O meglio, come ripensare un format sempre uguale a se stesso, com’è quello della Serie A, per renderlo più appetibile, specie all’estero. L’analisi è stata affidata a Deloitte, che ieri ha esposto i primi risultati dello studio preliminare sugli impatti, economici e non solo, di una rivoluzione del campionato.

Nuovo format?

Allo studio, ma non è una novità, ci sono la diminuzione del numero delle squadre partecipanti, che tornerebbe a 18, e i playoff. Ossia, una svolta epocale. Che, però, non piace praticamente a nessuno. Il calcio, del resto, è particolarmente impermeabile alle novità, e lo racconta bene la vicenda SuperLeague. E a poco, presumiamo, servirà mettere sotto gli occhi dei presidenti della Serie A l’ovvio. Ossia che, al di là della nutrita e fondamentale platea dei tifosi, al resto del pubblico potenziale, sostanzialmente televisivo, non interessa Verona-Spal, ma uno scontro diretto, da dentro o fuori, tra le prime otto in classifica, decisamente sì.

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I problemi della Serie A

Il principio è lo stesso che ha mosso i presidenti dei big club europei: offrire uno spettacolo che sia appetibile da una platea più ampia, in Italia e all’estero, per far crescere i fatturati dei club di Sere A. Anche il risultato, però, rischia di essere un buco nell’acqua. Ai tifosi, che del calcio sono i primi e principali, se non unici, fruitori, e quindi i primi finanziatori, l’idea dei playoff non piace. Ed è difficile dar loro torto. Il calcio non è la NBA, o più in generale il basket, e mutuarne la struttura, per mille motivi, non ha alcun senso.

Soprattutto, non è attraverso una scorciatoia così che si regala un futuro luminoso al calcio italiano. Lo si fa, o lo si dovrebbe fare, con gli strumenti ampiamente utilizzati negli altri campionati. A partire dall’annosa questione degli stadi di proprietà, su cui tanti piccoli club – dal Bologna al Parma – stanno facendo passi da gigante. Peccato che, al contempo, squadre storiche, costantemente in Europa, come Inter, Milan, Lazio, Roma, Napoli non abbiamo alcun tipo di progetto, almeno a breve termine e realisticamente realizzabile.

E poi, la gestione dei vivai, spesso lasciata alla casualità e alla mercé di un campionato Primavera troppo poco competitivo e incapace di far crescere i giovani talenti. Ancora, la gestione finanziaria delle squadre della Serie A, dove la managerialità non è certo di casa. Insomma, il calcio italiano, messo in bacheca l’Europeo, soffre degli stessi atavici problemi di sempre, e la soluzione non è, decisamente, l’introduzione dei playoff.

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