Serie A, Signori racconta l’arresto: “Ora giro a testa alta”

L'ex campione del Bologna ha raccontato i giorni del suo arresto, ripercorrendo alcuni dei difficili momenti passati in quel periodo.

15/06/2022

13:40

• Tempo di lettura: 2 minuti

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(Photo by Emmanuele Ciancaglini/Getty Images)

L’ex campione della Serie A ed attaccante del Bologna, Giuseppe Signori, è tornato sul periodo del suo arresto, in un’intervista rilasciata al Corriere dello Sport. Ecco le sue parole, riportate da TMW.

Bologna
(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Serie A, Beppe Signori racconta il suo arresto

La scoperta delle accuse
“Una giornata surreale. Parto da Roma in treno, accompagnato da due agenti in borghese. Mi dicono che mi avrebbero portato in questura senza spiegarmi il perché. Penso che mio padre abbia fatto qualcosa che non doveva con le nostre aziende, poi però arrivano le telefonate, anche quella di mia sorella che mi chiede: “Ma cosa hai combinato?”. Guardo su Internet grazie al telefonino di uno dei due poliziotti e leggo le accuse. Non ci credo.”

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I domiciliari
“Dodici giorni devastanti: ero dentro casa mia, ma era come se fossi in una cella. Infine l’interrogatorio di garanzia davanti al giudice: durò 48 minuti, ma dopo 3 il pm se n’era già andato perché lo riteneva inutile viste le mie dichiarazioni. Mi tolsero i domiciliari, ma non volevo più uscire di casa, vedere o incontrare le persone. Ora vado in giro a testa alta. Mi sono battuto per questo. Non ne sono uscito grazie alla prescrizione, alla quale ho rinunciato, o per insufficienza di prove. La mia è un’assoluzione piena perché il fatto non sussiste: articolo 530 comma 1. Un’assoluzione senza se e senza ma”.

I motivi dell’accaduto
“Semplice: il mio era un nome noto e spendibile per l’inchiesta. Non ero tesserato per nessuna società e mi piaceva scommettere, cosa che tutti sapevano perché non l’ho mai nascosta. Ero perfetto. Ma non c’era neppure una mia telefonata intercettata. Il capo che non chiama per dare ordini, che non incontra nessuno dell’associazione. A parte quella famosa riunione nell’ufficio dei miei due ex commercialisti… Quando si è parlato di alterare l’esito di una partita, me ne volevo andare. Rifiutai la richiesta di finanziare la cosa perché non mi è mai passato per la testa di truccare un match”.

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