Calcio italiano, parla Jacomuzzi: “In Italia c’è un problema sociale”

Il presidente dell’Associazione Italiana Osservatori si è espresso in merito ai problemi del calcio italiano.

03/06/2022

21:00

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(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Il presidente dell’Associazione Italiana Osservatori, Carlo Jacomuzzi, ha parlato in una lunga intervista per la Gazzetta dello Sport, dove ha toccato diversi temi del calcio italiano ed estero. Ecco le sue dichiarazioni, riportate da Calcionews24.

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Calcio Italiano, le parole di Carlo Jacomuzzi

PERIODO CHELSEA-ABRAMOVICH
«C’era un’organizzazione incredibile, con una spiccata attenzione al settore giovanile. Portai anche i primi italiani come gli allora giovanissimi Borini e Sala. Poi nel novembre 2008, con la crisi delle banche, hanno dovuto ridimensionare tutto il sistema e andai via, ma fu un’esperienza splendida con Mourinho che qualche volta veniva ad ascoltare le riunioni di noi dello staff».

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KEAN ALL’EVERTON
Cercavano un ragazzo giovane che potesse dare il cambio a Richarlison e Calvert-Lewin. Avevano visto Moise giocare qualche volta nella Under 17 e nella Under 19 e mi chiesero un parere. Io lo conoscevo bene visto che sono di Torino e lui giocava nella Juve e diedi l’assenso. Kean ha le potenzialità per fare essere un giocatore top, ma il calcio inglese non ti lascia mai respirare, hanno un ritmo pazzesco, non ci si riposa mai. Così non ha sfondato. Quando invece è andato al Psg, in un campionato più “tranquillo” come quello francese, ha fatto bene. Spero che dopo due stagioni buie si riprenda».

PROBLEMA ITALIANO
«Qui da noi i procuratori hanno un peso nettamente maggiore. Da loro conta di più l’allenatore. Ma quello che hanno di più Oltremanica è la pazienza. Da noi c’è un problema sociale, nel senso che i genitori mettono troppa pressione ai loro figli: appena fanno una partita buona pensano di avere tra le mani il nuovo Messi e già da giovanissimi magari li mettono in mano ai procuratori».

SEGRETO PER SCOVARE TALENTI
«Andare in giro, vedere partite su partite. La tecnologia aiuta, non c’è dubbio, ma un giocatore va visto dentro uno stadio: come si muove, che carattere ha, come usa i piedi. Io qualche anno fa stavo via mesi, giravo il Mondo: avrò visto centinaia di partite».

IL GIOVANE PIù FORTE
«Aguero. Ero in Argentina, lavoravo per il Chelsea e lui aveva 16 anni. L’ho segnalato, ci hanno lavorato su, ma per la legge sugli extracomunitari che c’era allora non se ne fece niente».