Guerra in Ucraina, ESCLUSIVA CIP, parla Nicolini da Kiev: “Siamo rimasti per senso di responsabilità”

L'intervista a Carlo Nicolini, dirigente dello Shakhtar Donetsk. L'italiano è bloccato a Kiev, sotto le bombe di una guerra assurda.

25/02/2022

20:01

• Tempo di lettura: 4 minuti

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(Photo by PIERRE-PHILIPPE MARCOU/AFP via Getty Images)

Per una testata che si occupa prettamente se non esclusivamente di calcio, raccontare la Guerra in Ucraina è difficile se non impossibile. Non è il nostro mestiere e mai ci saremmo voluti ritrovare in tale situazione. Il calcio è libertà, integrazione ed incontro tra i popoli. La guerra ed il calcio sono due cose che non si dovrebbero incontrare mai come quei famosi binari dei treni. Purtroppo, però, c’è qualcosa che lega l’attuale situazione della Guerra in Ucraina al calcio. Stiamo parlando dello Shakhtar Donetsk, del suo allenatore Roberto De Zerbi e del suo staff. Tra i dirigenti della squadra, vi è Carlo Nicolini, assistente del direttore sportivo Darijo Srna. Siamo riusciti a metterci in contatto con lui telefonicamente pochi minuti fa. Sotto le bombe di una guerra assurda, Nicolini ci ha risposto da un albergo di Kiev nel quale si trova con il resto dello staff dello Shakhtar e con i giocatori brasiliani della squadra.

Guerra in Ucraina, parla Nicolini

Salve Signor Nicolini, la prima domanda, la più importante è come state? “Stiamo abbastanza bene in rapporto alla situazione e a ciò che purtroppo stiamo vivendo. Al momento ci troviamo in un Hotel non distante dal Parlamento. Siamo a Kiev, sentiamo distintamente gli scontri e le sirene che preannunciano i bombardamenti, non è facile. È una situazione che nessuno di noi ha mai vissuto prima e che nessuno avrebbe mai voluto vivere. In albergo, oltre a me c’è tutto lo staff di De Zerbi compreso lui chiaramente. Gli ucraini sono andati via, siamo rimasti noi e i giocatori brasiliani “.

Abbiamo visto ieri l’appello dei giocatori brasiliani sui social, è stato un momento toccante. “Si, considera che sono tutti ragazzi che si trovano a migliaia di chilometri di distanza da casa e stanno vivendo una situazione assurda. La loro ambasciata al momento non riesce a farli rientrare in Brasile. Hanno fatto quel video proprio per sensibilizzare un pò di più le istituzioni del loro paese”.

Siete in contatto con l’Ambasciata italiana? “Si, siamo in contatto costante con il console italiano qui a Kiev. Lui ci rassicura, lo sentiamo veramente vicino. Ci continua a ripetere che paradossalmente la cosa più sicura al momento è rimanere dove siamo. Lo spazio aereo è chiuso, non possiamo volare. Scendere in strada sarebbe troppo pericoloso, così come organizzare uno spostamento in autobus sotto i bombardamenti. L’albergo in cui ci troviamo è un albergo internazionale, al momento questo fortunatamente è un posto sicuro”.

Ci spiega la decisione di rimanere in Ucraina nonostante il pericolo? “Siamo uomini di sport, siamo professionisti del calcio. Sottoscrivo ciò che ha detto De Zerbi in un’altra intervista nella giornata di ieri. Il nostro è stato un gesto di forte responsabilità nei confronti del club, del campionato ucraino e dei giovani giocatori della nostra squadra. Non potevamo lasciarli soli”.

Come giudica la decisione tardiva della federazione ucraina di sospendere il campionato? “Non voglio colpevolizzare nessuno sia chiaro. A mio modo di vedere la federazione ucraina non ha capito per tempo cosa stava accadendo. Bastava leggere tra le righe i discorsi di Putin per comprendere che la guerra stava per arrivare da un momento all’altro. Fino a pochi giorni fa le squadre ucraine erano in Turchia per la preparazione in vista della ripresa del campionato. Ci hanno fatto tornare in Ucraina senza alcun problema, nonostante l’aria si fosse fatta pesante già da alcune settimane”.

A tal riguardo, lei crede che Uefa e Fifa avrebbero potuto fare qualcosa in più? “Io credo che ci siano organi preposti per questo tipo di situazioni che fanno questo di mestiere. Torno a ripetere, non voglio colpevolizzare nessuno, ma noi tutti pensiamo fermamente che sicuramente si poteva fare qualcosa prima. In questo momento non staremmo qui a parlare a telefono da un albergo di Kiev, ma saremmo tutti a casa al sicuro con le nostre famiglie”.